giovedì 3 dicembre 2015
Taxi Teheran
Qualcuno si ricorderà sicuramente di Locke di Steven Knight. Aveva come protagonista un bravissimo Tom Hardy e narrava del viaggio del protagonista che deve fare una scelta che gli cambierà la vita. La caratteristica principale di questo film era che per novanta minuti vediamo solo lui e sempre in macchina.
Jafar Panahi usa lo stesso meccanismo di Locke nel suo Taxi Teheran. Se Knight lo usava come forma per raccontare la sua storia, qui Panahi lo usa per necessità. Il regime dell'Iran gli aveva imposto di non girare nessun film, ma Panahi sentiva il bisogno di raccontare la sua Iran e quindi ha deciso di girare nell'illegalità. Ha fatto quello che si chiama guerrilla shooting e quindi ha messo nella sua macchina varie gopro. Vedremo sempre lo svolgersi della scena in macchina, ma vedremo anche azioni che si svolgono in strada, però sempre dal punto di vista della macchina.
Necessità che diventa splendidamente anche forma. Il film in sé assume così un'impostazione teatrale. La macchina diventa il palcoscenico. I passeggeri stessi sono gli attori e il regista è il taxista. Ogni cambio scena è dato dalla salita o dalla discesa del passeggero. In questa rappresentazione teatrale si racconta un'Iran piena di contraddizioni.
Non c'è solo teatro, ma anche cinema. E' quindi un film meta-cinematografico. In Iran non arrivano certi film e neanche telefilm (vengono citati Big Bang Theory e The Walking Dead) e perciò per vedere il cinema occidentale si ricorre alla pirateria. Il dialogo tra tra Panahi e sua nipote sul realismo nel cinema è solo un pretesto per raccontare un'Iran dove non c'è molta libertà.
Alla fine Taxi Teheran è un film coraggioso che, pur nella sua illegalità, racconta in modo magistrale una realtà.
giovedì 26 novembre 2015
Io, il Cinema e Dio - 1° Parte
Lunedì sono stato all'Auditorium per l'incontro con Jaco Van Dormael (Toto le heroes - Un eroe di fine millennio, L'ottavo Giorno, Mr Nobody) per presentare il suo nuovo film Dio esiste e vive a Bruxelles, ma anche per parlare del suo cinema, commentando i tragici fatti che stanno accadendo in questo periodo. A moderare c'era Piera Detassis ed era presente anche Andrea Romeo, che con la sua I Wonder Pictures distribuisce il film in Italia.
C'era poca gente in sala, anche perché è un regista sconosciuto in Italia e c'erano ragazzi seduti qualche fila dietro di me che si chiedevano "ma questo che film ha fatto"? Tra i pochi presenti c'era anche un mio collega del DAMS che si laurea a breve e sta preparando la tesi proprio su Jaco Van Dormael. E questo mi ha fatto pensare che potrei iniziare a scrivere un libro su questo regista belga che non fa mai dei film banali e proprio perché è sconosciuto in Italia che non è ancora stato scritto nessun libro su di lui.
Comunque, ecco la prima parte di ciò che si detto durante questo incontro.
JVD: Si, devo dire che il film è nato così mentre scrivevo la sceneggiatura insieme a Thomas Gunzig. A Parigi c'erano le manifestazioni contro i matrimoni gay ed era molto strano vedere dal Belgio dei bambini per strada portare delle croci e faceva paura questo misto tra religione e società. Durante il montaggio con Hervé ci dicevamo che stava succedendo qualcos'altro, l'attentato a Charlie Hebdo. Ci dicevamo che forse non potevamo che continuare a portare avanti un'utopia: poter ridere di tutto e con tutti. Dovevamo portare avanti quest'esercizio.
Ora il film esce proprio mentre succedono questi fatti. Non potendo dire che il tema del film è la religione, come pure gli eventi attuali non sono correlati alla religione, ma hanno a che fare con il potere, questioni di potere come quello degli uomini sulle donne e la sottomissione con i rapporti di forza, con il fatto che noi mandiamo loro le bombe e loro ci rimandano kamikaze, con tutte le altre cose che possono essere appunto il petrolio e il potere.
PD: Allora è inevitabile chiedere: quando hai cominciato a scrivere queste leggi? Era una brutta giornata?
JVD: Dunque, c'è una bella frase di Woody Allen che dice "Dio esiste ma prego che abbia una buona giustificazione" e devo dire che io da piccolo sono stato educato con una mentalità cattolica. Mi ci vedo nelle cose che scrivono i bambini, per esempio: "Dio onnipotente, perché non fai nulla per i bambini che soffrono, per i lebbrosi? Perché non hai fatto nulla per suo figlio?" Che è una domanda che viene spontanea ai bambini.
Il nostro Dio è un Dio d'invenzione e divertente e leggendo i testi sacri e le scritture si vede che viene descritto come un Dio geloso, vendicativo, che rade al suolo le città e un Dio che chiede a un padre di uccidere suo figlio. In questo contesto la cosa importante è di cercare di scrivere una bella storia con un bel cattivo e in questo caso era ancora più importante perché il cattivo, Dio, doveva far una tale pressione sulla figlia, una ragazzina di 10 anni, da portarla alla rivolta. Il film parla anche di questo. Parla di una società e del ruolo della donna nella società.
PD: Ma l'invenzione della figlia è tua completamente?
JVD: Be, in realtà non è detto. Nei vangeli apocrifi si trovano un sacco di cose. Sono ben diverse dalla versione definitiva. Diciamo che per esempio che si dice che Maria Maddalena fosse la donna di Gesù e che fosse anche il primo apostolo. Ed è molto più forte la presenza delle donne rispetto a quello che si è fatto e che si è scritto definitivamente trecentosessanta anni dopo a Costantinopoli. E poi mi piace anche avere dei personaggi che siano bambini e spesso i bambini sono dei ribelli, a volte non lo sanno neanche e non sono consapevoli, ma si pongono un sacco di domande. Hanno una visione del mondo diversa, che talvolta ci fa sorridere. Chi ci dice che ne sappiamo più di loro? Quindi mi è piaciuto questo personaggio di una ragazzina ribelle, forse perché non ho figli maschi e quindi so meglio come funzionano le cose con le femmine.
PD: Il dato fondamentale è che per ribellarsi, la ragazzina, la figlia di Dio, entra nella stanza segreta del padre, hackera completamente il computer di Dio per sovvertire tutto e per metterlo nei guai manda a tutti gli abitanti della terra un sms con la data della loro morte. Potete immaginare che cosa provoca. Il difficile del film è questo. In tutti e in quasi i tuoi film la morte è un dato fondamentale con cui confrontarsi. La morte, la mortalità. Perché è così importante? Tra l'altro il primo a morire nel film sei tu.
JVD: Allora, anch'io spesso tendo a scordare di non essere immortale. Penso che vivrò fino a duecentocinquanta anni, ma in realtà è importante ricordare questa urgenza di vivere. Penso spesso che sia l'ombra della morte che invece rianima o fa riaffiorare il gusto della vita. Io non sono credente, per questo apprezzo quello che dice Ea, la ragazzina nel film "il nostro paradiso è qui e adesso."
E' interessante vedere quello che fa lei perché vive sotto un'autorità simbolica che è quella maschile, un'autorità che ritroviamo nella famiglia, nella società, un'autorità fatta di leggi, di timori, di paure e obbedienze. Ea dice basta con le leggi e con le sottomissioni, non bisogna aver paura di nulla, e ci dice anche che la nostra vita non deve per forza essere chiusa in una scatola. Questa scatola si può aprire. Abbiamo la possibilità di vivere tra la gente più improbabile. La mente dell'uomo è strana perché spesso tendiamo noi a imprigionarci in queste scatole. Invece ci sono storie d'amore che possono essere diverse. Io posso essere il mio personaggio e la mia vita può essere la mia sceneggiatura e il paradiso è ora.
Il fatto che sia io il primo a morire: nel film ci sono molti amici e non volevo che fosse qualcuno di loro a cominciare.
AR: Come hai cambiato il modo di fare il cinema e ritmo, con un budget inferiore al Mr Nobody.
JVD: Devo dire che il mio sogno è quello di fare il cinema come si suona il piano. Mi piacerebbe perché non costa niente e si può improvvisare. Si può ricominciare quando si vuole.
Devo dire che ho fatto quattro film in in ventiquattro anni ma ho lavorato molto.Ho lavorato in continuazione. Alcuni film richiedono più tempo ovviamente, magari sono film più naturalisti e più veloci. Come quando si costruiscono degli edifici, a volte si può fare una casa in un anno, a volte ci vogliono cinquant'anni per fare una cattedrale, neanche finita.
Per Mr Nobody ci ho messo cinque anni per la scrittura, due anni per il finanziamento e tre anni per farlo. E' forse il mio film preferito perché è il più sperimentale, ma di sicuro è stato anche il più caro. Mi sono reso conto in quel frangente che chi rischia di perdere soldi può diventare abbastanza cattivo. Allora con mia moglie Michèle abbiamo deciso di fare una cosa diversa. Dunque di fare un film effimero, che è stato lo spettacolo Kiss and cry, uno spettacolo che è un film, Per cui abbiamo fatto un lungometraggio che viene mostrato in scena più di duecentocinquanta volte. La grande sfida di quello spettacolo è che tutte le scenografie dovevano stare sulla grandezza di un tavolo da cucina. La cosa che funziona molto in questo tipo di spettacolo è che più si vede che è falso, più si crede che è vero. C'è questo meccanismo che funziona tanto bene.
Dato che dopo Mr Nobody era difficile trovare finanziamenti, abbiamo fatto le cose povere. Quando si dice campeggio in Spagna, invece di fare fare tutto in esterno, prendo un po' di sabbia e un ventilatore, si mette un cartello "campeggio in Spagna" , così è fatto. Così, come per Bruxelles in questo film, visto che non si possono fare le riprese dall'alto sulla città, abbiamo fatto una specie di plastico con delle scatole e questo è più utile a livello stilistico, è più utile credo con un budget inferiore.
PD: La trovo di una cattiveria assoluta: il prete che se la prende con Dio è di una sovversione totale. Ne sei cosciente? O ti stavi solo divertendo?
JVD: Con Thomas, mentre scrivevamo la sceneggiatura, ci dicevamo che prima o poi Dio avrebbe dovuto incontrare un rappresentante della Chiesa o un suo rappresentante in Terra. Tra l'altro questo prete è uno bravo che fa l'accoglienza e fa del suo meglio. Inoltre, Dio è straordinariamente sorpreso di vedere tutte le immagini di suo figlio che è più famoso di un divo rock.
domenica 22 novembre 2015
Dio esiste e vive a Bruxelles
Dio esiste e vive a Bruxelles. Abita in un appartamento con la moglie e la figlia undicenne Ea. Questo Dio si divertente a tormentare la gente per il piacere di farlo, finché sua figlia decide di spedire all'umanità la loro data di morte con tanto di countdown e di scendere sulla terra per cercare sei nuovi apostoli con cui redigere un un nuovo testamento.
Tra le varie incarnazioni cinematografiche di Dio, quello donna in Dogma di Kevin Smith o quello nero in Una settimana da Dio, mancava quello pantofolaio interpretato da Benoit Poelvoorde che attraverso il suo computer si diverte a far soffrire gli uomini. Al primo impatto può sembrare un film blasfemo, ma il regista Jaco Van Dormael riesce a raccontare con malinconia e sensibilità un'umanità disperata e ci fa addentrare nel loro quotidiano. E questa umanità è rappresentata da questi nuovi sei apostoli, tra cui figura anche una Catherine Deneuve che non riesce più amare suo marito ma finisce per innamorarsi di un gorilla.
Jaco Van Dormael, sei anni dopo Mr Nobody, ci regala il suo quarto capolavoro, anzi la sua quarta poesia visiva. Nella regia la poesia visiva è quel modo di coniugare sapientemente l'immagine con la musica e questo si vede chiaramente nelle scene in cui Ea rivela ai sei apostoli la loro musica interiore.
Tra l'altro, questo regista belga, che qui fa un simpatico cameo, è un regista impegnato nel sociale: in tutti i suoi film (Toto le Heroes - Un eroe di fine millennio, L'ottavo Giorno, Mr Nobody e Dio esiste e vive a Bruxelles) mette sempre un personaggio affetto dalla sindrome di down. Infatti, è molto sensibili alle tematiche dei disabili fisici e mentali e all'infanzia tanto che per un periodo ha fatto il clown.
Dimenticavo di dirvi di non andare via dopo i titoli di coda perché c'è una scena post-crediti geniale e divertente.
Se la mia recensione non ti ha convinto ad andarlo a vedere, ti dico che questo film rappresenterà il Belgio agli Oscar.
lunedì 2 novembre 2015
Festa del Cinema di Roma contro Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
Cosa fa di un festival cinematografico un festival cinematografico? Innanzitutto i film, provenienti da ogni parte del mondo, che vengono proiettati in versione originale. Poi, ci sono gli attori che sfilano sul red carpet. Infatti, un festival cinematografico è un grande momento per lo spettatore medio incontrare il proprio attore e/o regista preferito per chiedergli l'autografo o farsi un selfie insieme a loro. Per non parlare del fatto che si ha l'occasione di vedere il film con il regista e il cast presenti in sala. Questo è essenzialmente un festival cinematografico e nel mondo quelli più importanti sono tre: Berlino, Cannes e Venezia. In Italia quelli più importanti sono la Festa del Cinema di Roma e la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Ma tra i due chi vince? Ora farò un confronto tra i due e prenderò in esamina le edizioni di quest'anno, anche perché a Venezia ci sono andato quest'anno per la prima volta.
Il festival del cinema di Venezia è il festival cinematografico più antico nel mondo poiché la prima edizione si è tenuta nel 1932. Mentre invece il festival del cinema di Roma ha compiuto recentemente solo 10 anni. Direi che ha più esperienza Venezia.
Il festival del cinema di Venezia non si tiene propriamente a Venezia, ma al Lido che è una sottile isola che si trova nella laguna di Venezia. Nel periodo della mostra il Lido si trasforma in una vera isola del cinema. Il festival del cinema di Roma invece si tiene all'Auditorium Parco della Musica. Diciamoci la verità, è più suggestivo un'isola che un auditorium.
Gli schermi dell'Auditorium non è che siano il massimo per vedere i film, anche perché l'Auditorium è stato costruito per farci i concerti e poi quest'anno hanno levato la Santa Cecilia che era la sala più grande dell'Auditorium. Mentre invece con la sala Darsena e la sala Grande di Venezia ti puoi godere a pieno un film.
Per raggiungere il Lido si deve prendere il vaporetto e quelli che portano al Lido sono il 2 e il 20. Agli accreditati viene dato il biglietto per viaggiare sul 2 e questo biglietto vale per solo per il periodo del festival, Per andare da San Zaccaria al Lido ci si mette circa 20 minuti. Per andare invece all'Auditorium si può prendere la navetta Cinema, autobus, metro o tram e di solito non si sa mai se arrivi in tempo per la proiezione o per l'incontro. Uno dei tanti fattori è il traffico di Roma, ma a volte succede che l'autista sbaglia strada e non si ferma dove dovrebbe, ossia l'Auditorium. Vaporetto a vita.
Sia il festival di Venezia che quello di Roma hanno le postazioni radiofoniche. A Venezia in una sala dell' Exelcelsior ci sono quelli di Hollywood Party (noto programma radiofonico di Radio Tre sul cinema) che fanno le dirette. All'Auditorium invece ci sono quelli invece di Radio 2 che fanno le dirette dal pomeriggio alla sera. E' molto più figo Hollywood Party.
Per quanto riguarda la carta, il festival di Venezia ha il giornaliero di Ciak dove puoi trovare le sinossi dei film del giorno, le interviste a registi e attori, le classifiche dei film secondo la critica e il pubblico del festival e i tweet cattivi sul festival. Invece il festival di Roma ha solo una rivista settimanale fatta da Mymovies dove si possono trovare le sinossi dei film giorno per giorno. Vince decisamente Ciak anche perché solo lì puoi trovare le recensioni di Stefano Disegni sui film del festival e, se conoscete bene Disegni, sapete che le sue recensioni sono fatte per stroncare i film in modo satirico.
All'Excelsior si possono prendere Martini gratis e anche qualcosa da sgranocchiare. Si può dire quindi che verso le 18 si può fare un aperitivo gratis. All'Auditorium invece hanno messo un erogatore dove puoi prendere l'acqua gratis e si può scegliere tra naturale e frizzante. Tra l'altro le opzioni sono: bottiglia, bottiglietta e bicchiere. Direi che è una buona cosa per risparmiare soldi e non spendere ogni volta un euro e cinquanta per una bottiglietta d'acqua. Tra acqua e alcool, preferisco alcool. Quindi Martini a vita.
In entrambi i festival bazzicano più o meno le stesse persone. Solitamente queste persone sono giornalisti, come per esempio Emanuele Rauco o Francesco Alò. Senza dimenticare che in entrambi i festival puoi trovare lui, che chiamerò l'Hipster per ovvi motivi, e mi chiedo se sia anche lui un giornalista. Parlando di persone che frequentano i festival, in quello di Roma potete trovare i gemelli. Questi gemelli non vanno mai a vedere un film, ma si limitano a camminare avanti e indietro per l'Auditorium e osservano il flusso della gente. Se in questi dieci anni siete andati al festival del cinema di Roma, sicuramente li avrete visti qualche volta.
Il personale del festival del cinema di Roma non è un grande personale. Sono di un'acidità quando ti dicono di non alzare il badge per prendere meglio il codice a barre e sono inquietanti quando durante la proiezione vagano con i loro visori notturni alla Splinter Cell. Il personale del festival di Venezia invece sono più gentili e non ti rompono le palle se hai un cellulare acceso. Poi del personale di Venezia ho impresso il sorriso che mi faceva l'hostess carina quando uscivo dal bagno della sala Darsena.
Al festival del cinema di Roma, oltre alle proiezioni, puoi assistere agli incontri con attori e registi, ma quest'anno ci sono stati anche incontri con personaggi che non erano legati al mondo del cinema come Renzo Piano e Riccardo Muti. Per assistere agli incontri bisogna subito comprare il biglietto altrimenti si rischia di trovare esaurito, mentre invece gli accreditati si devono mettere in fila almeno un'ora prima, due ore se l'ospite è uno importante. Era interessante il format ideato da Antonio Monda: si intervista l'ospite (talvolta gli ospiti erano due) e si alterna l'intervista con clip dei film che ha diretto o in cui ha recitato. Anche a Venezia ci sono gli incontri con personaggi legati al mondo del cinema nello spazio Cinema nel Giardino sempre al Lido. Questi incontri sono gratuiti e gli ospiti non sono vip internazionali come quelli del festival del cinema di Roma, ma Giuseppe Tornatore si può benissimo considerare international. Questa volta vince decisamente Roma.
Veniamo adesso all'essenza dei festival: i film. A Venezia non trovi mai un buco tra una proiezione e l'altra. Alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia si possono trovare film che possono soddisfare il cinefilo sfrenato da quelli che sono in Concorso a quelli della sezione Orizzonti, senza dimenticare la sezione parallela delle Giornate degli Autori. Tra Orizzonti e le Giornate degli Autori puoi trovare film che, dopo averli visti, dici "ma che cazzo ho visto?" In ogni caso a Venezia trovi il Cinema con la C maiuscola e te lo vedi con il cast presente in sala. Questo vuol dire che puoi farti un selfie con il tuo attore/regista preferito e chiedergli l'autografo. Alla Festa del Cinema trovi film più fruibili al pubblico e solo qui puoi trovare in programma commedie e cinema di genere (ma quanto ha spaccato Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti?) con la sezione parallela Alice in Città per i bambini, ma senza le star e l'unica star internazionale presente in questo festival era Ellen Page. No, Jude Law non lo considero perché era già in questi giorni a Roma a fare il Papa per Sorrentino. Sono scelte di Antonio Monda, ma direi che sono scelte sbagliate visto un bilancio non proprio positivo di questa festival, anzi di questa festa. Come direbbe Arrow, "Antonio Monda, you have failed this festival."
Concludo dicendo che, quando è morto Wes Craven, Alberto Barbera ha deciso di omaggiarlo proiettando al festival il suo capolavoro: Nightmare. Invece il festival del cinema di Roma cosa ha mai fatto durante l'anniversario de Il ritorno al futuro? Si è limitato a massimo a mettere un cartonato della DeLorean sul red carpet. Invece di fare il red carpet con cinquanta youtubers, più i quattro attori (sempre se vogliamo chiamarli attori) di Game Therapy si poteva benissimo fare una proiezione del film di Zemeckis. Grande Giove!
Alla fin fine, in questa battaglia tra i festival abbiamo un vincitore ed è Venezia. Il leone ha prevalso sulla lupa.
Il festival del cinema di Venezia è il festival cinematografico più antico nel mondo poiché la prima edizione si è tenuta nel 1932. Mentre invece il festival del cinema di Roma ha compiuto recentemente solo 10 anni. Direi che ha più esperienza Venezia.
Il festival del cinema di Venezia non si tiene propriamente a Venezia, ma al Lido che è una sottile isola che si trova nella laguna di Venezia. Nel periodo della mostra il Lido si trasforma in una vera isola del cinema. Il festival del cinema di Roma invece si tiene all'Auditorium Parco della Musica. Diciamoci la verità, è più suggestivo un'isola che un auditorium.
Gli schermi dell'Auditorium non è che siano il massimo per vedere i film, anche perché l'Auditorium è stato costruito per farci i concerti e poi quest'anno hanno levato la Santa Cecilia che era la sala più grande dell'Auditorium. Mentre invece con la sala Darsena e la sala Grande di Venezia ti puoi godere a pieno un film.
Per raggiungere il Lido si deve prendere il vaporetto e quelli che portano al Lido sono il 2 e il 20. Agli accreditati viene dato il biglietto per viaggiare sul 2 e questo biglietto vale per solo per il periodo del festival, Per andare da San Zaccaria al Lido ci si mette circa 20 minuti. Per andare invece all'Auditorium si può prendere la navetta Cinema, autobus, metro o tram e di solito non si sa mai se arrivi in tempo per la proiezione o per l'incontro. Uno dei tanti fattori è il traffico di Roma, ma a volte succede che l'autista sbaglia strada e non si ferma dove dovrebbe, ossia l'Auditorium. Vaporetto a vita.
Sia il festival di Venezia che quello di Roma hanno le postazioni radiofoniche. A Venezia in una sala dell' Exelcelsior ci sono quelli di Hollywood Party (noto programma radiofonico di Radio Tre sul cinema) che fanno le dirette. All'Auditorium invece ci sono quelli invece di Radio 2 che fanno le dirette dal pomeriggio alla sera. E' molto più figo Hollywood Party.
Per quanto riguarda la carta, il festival di Venezia ha il giornaliero di Ciak dove puoi trovare le sinossi dei film del giorno, le interviste a registi e attori, le classifiche dei film secondo la critica e il pubblico del festival e i tweet cattivi sul festival. Invece il festival di Roma ha solo una rivista settimanale fatta da Mymovies dove si possono trovare le sinossi dei film giorno per giorno. Vince decisamente Ciak anche perché solo lì puoi trovare le recensioni di Stefano Disegni sui film del festival e, se conoscete bene Disegni, sapete che le sue recensioni sono fatte per stroncare i film in modo satirico.
All'Excelsior si possono prendere Martini gratis e anche qualcosa da sgranocchiare. Si può dire quindi che verso le 18 si può fare un aperitivo gratis. All'Auditorium invece hanno messo un erogatore dove puoi prendere l'acqua gratis e si può scegliere tra naturale e frizzante. Tra l'altro le opzioni sono: bottiglia, bottiglietta e bicchiere. Direi che è una buona cosa per risparmiare soldi e non spendere ogni volta un euro e cinquanta per una bottiglietta d'acqua. Tra acqua e alcool, preferisco alcool. Quindi Martini a vita.
In entrambi i festival bazzicano più o meno le stesse persone. Solitamente queste persone sono giornalisti, come per esempio Emanuele Rauco o Francesco Alò. Senza dimenticare che in entrambi i festival puoi trovare lui, che chiamerò l'Hipster per ovvi motivi, e mi chiedo se sia anche lui un giornalista. Parlando di persone che frequentano i festival, in quello di Roma potete trovare i gemelli. Questi gemelli non vanno mai a vedere un film, ma si limitano a camminare avanti e indietro per l'Auditorium e osservano il flusso della gente. Se in questi dieci anni siete andati al festival del cinema di Roma, sicuramente li avrete visti qualche volta.
Il personale del festival del cinema di Roma non è un grande personale. Sono di un'acidità quando ti dicono di non alzare il badge per prendere meglio il codice a barre e sono inquietanti quando durante la proiezione vagano con i loro visori notturni alla Splinter Cell. Il personale del festival di Venezia invece sono più gentili e non ti rompono le palle se hai un cellulare acceso. Poi del personale di Venezia ho impresso il sorriso che mi faceva l'hostess carina quando uscivo dal bagno della sala Darsena.
Al festival del cinema di Roma, oltre alle proiezioni, puoi assistere agli incontri con attori e registi, ma quest'anno ci sono stati anche incontri con personaggi che non erano legati al mondo del cinema come Renzo Piano e Riccardo Muti. Per assistere agli incontri bisogna subito comprare il biglietto altrimenti si rischia di trovare esaurito, mentre invece gli accreditati si devono mettere in fila almeno un'ora prima, due ore se l'ospite è uno importante. Era interessante il format ideato da Antonio Monda: si intervista l'ospite (talvolta gli ospiti erano due) e si alterna l'intervista con clip dei film che ha diretto o in cui ha recitato. Anche a Venezia ci sono gli incontri con personaggi legati al mondo del cinema nello spazio Cinema nel Giardino sempre al Lido. Questi incontri sono gratuiti e gli ospiti non sono vip internazionali come quelli del festival del cinema di Roma, ma Giuseppe Tornatore si può benissimo considerare international. Questa volta vince decisamente Roma.
Veniamo adesso all'essenza dei festival: i film. A Venezia non trovi mai un buco tra una proiezione e l'altra. Alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia si possono trovare film che possono soddisfare il cinefilo sfrenato da quelli che sono in Concorso a quelli della sezione Orizzonti, senza dimenticare la sezione parallela delle Giornate degli Autori. Tra Orizzonti e le Giornate degli Autori puoi trovare film che, dopo averli visti, dici "ma che cazzo ho visto?" In ogni caso a Venezia trovi il Cinema con la C maiuscola e te lo vedi con il cast presente in sala. Questo vuol dire che puoi farti un selfie con il tuo attore/regista preferito e chiedergli l'autografo. Alla Festa del Cinema trovi film più fruibili al pubblico e solo qui puoi trovare in programma commedie e cinema di genere (ma quanto ha spaccato Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti?) con la sezione parallela Alice in Città per i bambini, ma senza le star e l'unica star internazionale presente in questo festival era Ellen Page. No, Jude Law non lo considero perché era già in questi giorni a Roma a fare il Papa per Sorrentino. Sono scelte di Antonio Monda, ma direi che sono scelte sbagliate visto un bilancio non proprio positivo di questa festival, anzi di questa festa. Come direbbe Arrow, "Antonio Monda, you have failed this festival."
Concludo dicendo che, quando è morto Wes Craven, Alberto Barbera ha deciso di omaggiarlo proiettando al festival il suo capolavoro: Nightmare. Invece il festival del cinema di Roma cosa ha mai fatto durante l'anniversario de Il ritorno al futuro? Si è limitato a massimo a mettere un cartonato della DeLorean sul red carpet. Invece di fare il red carpet con cinquanta youtubers, più i quattro attori (sempre se vogliamo chiamarli attori) di Game Therapy si poteva benissimo fare una proiezione del film di Zemeckis. Grande Giove!
Alla fin fine, in questa battaglia tra i festival abbiamo un vincitore ed è Venezia. Il leone ha prevalso sulla lupa.
domenica 11 ottobre 2015
Da Dead Set a Mr Robot: Lo specchio nero della società raccontato dalla televisione
Una serie televisiva non è solo intrattenimento, ma a volte può diventare anche un trattato di sociologia. Il primo ad aver avuto questa intuizione è stato Charlie Brooker. Egli ha scritto una miniserie di cinque episodi, Dead Set, che viene mandato in onda nel 2008 dal canale inglese E4. In Dead Set assistiamo alla finale del Grande Fratello inglese, ma inaspettatamente ci sarà un'invasione di zombie e i concorrenti, insieme ad alcuni membri della troupe, dovranno barricarsi nella casa del Grande Fratello per difendersi da questi morti viventi. Questa miniserie è una forte satira sulla società e sulla televisione: alla fine i morti viventi nella società sono quelle persone senza alcuni valori e sono solo interessati all'intrattenimento e alla televisione. Qui gli zombie vogliono proprio divorare i loro idoli della televisione.
Ma è con Black Mirror che Brooker fa un grande salto di qualità. Questa serie antologica, composta da due stagioni più una special natalizio più una terza stagione prodotta Netflix in arrivo, racconta essenzialmente del rapporto tra l'uomo e la tecnologia. In Messaggio al primo ministro (1x01) il primo ministro britannico deve avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta per liberare la principessa Susannah che è stata rapita. Tutto ciò alla fine si rivela essere un esperimento sociale ideato dal rapitore per provare quanto cinismo c'è nella società di oggi.
Mentre invece in Vota Waldo (2x03) si parla di politica, per essere precisi della democrazia.
Waldo, un personaggio comico della televisione, si candida in politica contro gli altri due candidati, uno del partito laburista e uno del partito conservatore. Waldo riceve molto consenso dal popolo che ormai si è stufato dei politici. Vi ricorda qualcosa? Si, sto parlando della politica italiana e precisamente di Beppe Grillo e del Movimento 5 stelle. Non esiste una vera democrazia, come ci viene raccontato nel finale dell'episodio.
In Continuum entriamo nel campo della fantascienza (in realtà c'eravamo giù addentrati parlando di Black Mirror). Nel 2077 il mondo è governato dalle corporazioni e un gruppo di terroristi, denominati Liber8, torna indietro nel 2012 per modificar il corso degli eventi, ma a tornare indietro nel tempo insieme a loro c'è una poliziotta che vuole impedire le malefatte di questi terroristi. Ma la domanda che si pone il telefilm è: chi combatte dalla parte giusta? Alla fine la protagonista è una poliziotta che lavora per un governo fascista. Queste corporazioni non sono altro che le multinazionali che non si fanno scrupoli a fare soldi a discapito della vita umana. E' sì un telefilm di fantascienza, ma non è molto lontano dalla realtà.
Le multinazionali diventano i cattivi anche in Mr Robot. La E Corp viene soprannominata da Elliot Evil Corp proprio perché rappresenta il male assoluto. Elliot di giorno è un informatico che lavora per una compagnia di sicurezza informatica, ma di notte è un hacker giustiziere che conserva in CD i dati delle sue vittime (in stile Dexter) ma la sua vita cambia quando viene contattato da un gruppo di hacker, noti come fsociety, per distruggere la Evil Corp. In un episodio c'è un monologo di Elliot molto crudo sulla società di oggi.
Qui la traduzione: Forse il fatto che tutti abbiamo creduto che Steve Jobs fosse una persona buona, anche sapendo che aveva guadagnato miliardi sulle spalle di bambini? O forse il fatto che tutti i nostri eroi sembrino contraffatti. Il mondo stesso non è altro che una grande truffa. Ci spammiamo con un costante resoconto di stronzate mascherate da opinioni, i nostri social media fingono intimità...oppure è perché abbiamo votato per tutto questo? Non con le nostre elezioni truccate, ma con le nostre cose, i nostri averi, i nostri soldi. Non sto dicendo niente di nuovo. Sappiamo tutti perché lo facciamo. Non perché i libri di Hunger Games ci rendono felici, ma perché vogliamo essere sedati. Perché fa male non fingere. Perché siamo dei codardi. Fanculo la società.
lunedì 14 settembre 2015
Pecore in erba
Pecore in erba di Alberto Caviglia è un mockumentary italiano che esplora il tema dell'antisemitismo al giorno d'oggi, usando il mezzo della satira. Per rendere credibile questo finto documentario si alternano interviste ad attori e interviste a esponenti della cultura come Corrado Augias, Vittorio Sgarbi, Gianni Canova, ma anche a esponenti della comunità ebraica di Roma. Per tutto il film si ride, ma sono risate amare. Oltre all'antisemitismo, vengono ripresi molti temi dell'attualità come la xenofobia. La lega nord qui nel film diventa la lega nerd e, come il movimento guidato Matteo Salvini, sono contro gli sbarchi e gli immigrati. Si parla inoltre della questione Israele - Palestina dove il protagonista, per via del suo antisemitismo, odia Israele tanto da ideare un kit dove si brucia la bandiera di Israele. Il film si pone quindi questa domanda: un antisionista deve per forza essere antisemita?
Il film è rivolto soprattutto a un pubblico giovane, soprattutto quello romano, essendo il regista dell'84. Ci sono riferimenti alle webserie, alle challenge su youtube, al fenomeno del web Giancarlo Magalli e a Breaking Bad.
Se il pubblico giovane ha apprezzato il film, quello più anziano l'ha proprio disprezzato. Mi raccontava la mia amica Carlotta che due signori, che erano seduti accanto a lei durante la visione del film, se ne erano andati schifati dopo la proiezione del film di Caviglia perché l'avevano ritenuto offensivo verso gli ebrei. Se fosse stato offensivo verso gli ebrei, non credo che i rappresentanti della comunità ebraica di Roma avrebbero partecipato al film. La satira è difficile da capire, ma proprio per questo motivo che funziona in modo efficace.
E' questo tipo di commedia che serve al cinema italiano. Far ridere e riflettere allo stesso tempo.
lunedì 31 agosto 2015
Poche ragazze da quelle parti
(Fan art di Paride Prete)
"Ci vuole qualcuno che si sacrifichi per gli altri. Anche a costo di rimanere solo. Non è per questo che esistono gli eroi?" Bastano queste parole per farci capire che Pikappa è un personaggio diverso da Paperinik. Non è più un personaggio buffo con gli stivaletti a molla che combatte contro i bassotti, ma un un vero supereroe che deve combattere minacce più grandi di lui come gli Evroniani, alieni succhia-emozioni, oppure il Razziatore, un pirata temporale. E' una nuova vita dove non c'è più posto per i suoi parenti e il suo vecchio alleato Archimede contro il crimine, come ci viene narrato in Zero Barra Uno, un numero che non esiste da cui è tratto la citazione iniziale. Pikappa è un personaggio più adulto, più umano.
Le storie di PKNA (Paperinik New Adventures) affrontavano tematiche adulte e più profonde rispetto alle classiche storie Disney. Alcune di esse erano davvero introspettive. Prendiamo Trauma dove a sconfiggere il villain di turno non è Pikappa con lo scudo extranformer oppure un mech ma Paperino stesso che ha imparato a dominare le sue paure. "Quel qualcosa si chiama coraggio, Uno. Cioè la capacità di trasformare la paura in forza, energia. Senza bisogno di essere mutanti." Ci sono anche storie malinconiche come Niente di personale dove Pikappa rimane solo a vivere nascosto nei sotterranei della Duclair Tower, abbandonato da tutti i suoi parenti e amici perché ritenuto da tutta Paperopoli un terrorista.
A mio parere l'autore che ha saputo meglio raccontare l'eroe con il mantello è Bruno Enna. Le sue storie erano molto poetiche. Ha iniziato con Mekkano. Viene approfondito il personaggio di Gorthan, uno scienziato evroniano già apparso nel citato Trauma. Gorthan si appassiona alla letteratura terrestre tanto da creare emozioni invece di assorbirle e acquistare ciò che lui chiama una malattia: una coscienza. C'è una grande morale in questa storia: la letteratura ci rende migliori. Nel caso di Gorthan è stato Il piccolo principe di Antoine De Saint-Exupery. Ma il vero capolavoro di Enna è Frammenti d'autunno in cui il vero protagonista non è Pk, ma Lyla come viene sottolineato dalla copertina. Lyla, che per chi non se lo ricorda è un androide, continua a sognare un misterioso uomo senza volto. E' forse un difetto di programmazione oppure è solo un piano di un uomo che ha cercato di creare l'amore in laboratorio? Con temi cari a Philip K. Dick questa è una grande storia arricchita con le matite di Claudio Sciarrone.
Questo è PK. Nato nel lontano 1995 con due serie, PKNA e PK2. No, la terza serie nota come PK Frittole non esiste, come del resto non esiste la nona stagione di Scrubs. Questo PK Frittole era un reboot dell'intera serie ed era molto infantile rispetto dalle altre due serie precedenti. Ricordo che presi solo i primi numeri, ma smisi subito per quanto era brutto questo nuovo Pk. L'unica terza serie esistente è PKNE che riprende la continuity delle prime due serie dopo 12 anni ossia nel 2014 e, nonostante le sue storie vengano pubblicato su Topolino, non viene edulcorato per niente. In Potere e Potenza assistiamo a un'esecuzione di Paperino. Il secondo episodio è stato Gli argini del tempo, una storia basata sui paradossi temporali. Ora verso ottobre-novembre avremo il terzo episodio, Il raggio nero, storia che mi intriga già dal titolo.
Ma altro punto forte di PK era la posta. Si rispondeva sarcasticamente ai lettori di PK, noti come Pkers. Ma ciò che rimase impresso di quella posta per tutti i Pkers era la frase con cui il Pk Team rispondeva ai lettori che trovavano qualche errore nelle storie "Poche ragazze da quelle parti."
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